Gruppi di sostegno alla genitorialità nei quartieri popolari di Napoli: il caso del Progetto Divergente

Negli ultimi anni, i quartieri popolari di Napoli sono stati al centro di numerosi interventi di tipo psicosociale e comunitario, volti a promuovere benessere, coesione e sviluppo di competenze relazionali. In questo contesto, il Progetto Divergente, attivo nel 2025, ha previsto un modulo di incontri di gruppo dedicati al sostegno della genitorialità, condotti da psicologi esperti con l’obiettivo di fornire ai genitori strumenti di riflessione, confronto e crescita personale. Come sottolinea Bronfenbrenner (1979), lo sviluppo dell’individuo è sempre inserito in un contesto ecologico composto da sistemi interconnessi — famiglia, scuola, comunità — che si influenzano reciprocamente. L’intervento di gruppo nei contesti popolari, pertanto, non agisce solo sul singolo genitore, ma sulla rete di relazioni di cui egli fa parte. Inoltre, secondo Cigoli e Scabini (2006), la famiglia rappresenta il primo laboratorio sociale, nel quale i genitori costruiscono e trasmettono significati, valori ed emozioni che influenzano profondamente la crescita dei figli.

Il Progetto Divergente e la genitorialità nei contesti comunitari

Il Progetto Divergente si inserisce in una più ampia rete di interventi sociali sviluppati nei quartieri popolari di Napoli, contesti caratterizzati da vulnerabilità economiche e sociali, ma anche da una forte ricchezza relazionale. Gli incontri di gruppo dedicati al sostegno della genitorialità sono stati pensati come spazi di confronto orizzontale, dove le esperienze quotidiane potessero diventare materia viva di riflessione condivisa. Gli psicologi conduttori, Dott.ssa Acampora e Dott. Pone, hanno operato secondo un modello ispirato alla psicologia comunitaria e alla teoria dell’apprendimento sociale di Bandura (1977). Quest’ultimo sottolinea che “l’apprendimento avviene attraverso l’osservazione e l’imitazione dei comportamenti degli altri, in un processo di modellamento reciproco”. Il gruppo, in questa prospettiva, diventa un contesto di apprendimento vicario, dove ciascun genitore può riconoscersi nelle esperienze altrui. Come afferma Rogers (1959), la crescita personale e relazionale si sviluppa solo in un clima di accettazione positiva incondizionata, empatia e congruenza, condizioni che gli psicologi del progetto hanno attentamente promosso.

Il primo incontro: lo sviluppo e le fasi della crescita

Il primo incontro ha rappresentato un momento di avvio e di costruzione del clima di fiducia nel gruppo. I conduttori hanno introdotto il tema della genitorialità nelle sue difficoltà moderne, sottolineando come i cambiamenti sociali e culturali abbiano reso più complesso il ruolo dei genitori. Per stimolare la riflessione, è stato proposto lo “Strength and Difficulties Questionnaire” (SDQ), uno strumento utile a raccogliere percezioni e osservazioni dei genitori rispetto ai comportamenti dei figli. Successivamente, i partecipanti hanno lavorato su una scheda narrativa che li invitava a raccontare episodi concreti di vita familiare, distinguendo tra situazioni in cui la gestione della difficoltà aveva avuto esito positivo e altre in cui, invece, le cose non avevano funzionato.
Questo esercizio ha permesso di:  

  • Favorire l’autoconsapevolezza: i genitori hanno potuto riconoscere le proprie risorse e i propri limiti.
  • Valorizzare le esperienze quotidiane: anche piccoli episodi sono diventati occasione di apprendimento condiviso.
  • Aprire al confronto: il racconto personale ha stimolato la discussione, mostrando come le difficoltà siano comuni e come le strategie possano essere diversificate.
 

Il clima del gruppo, inizialmente caratterizzato da una certa cautela, si è progressivamente trasformato in uno spazio di ascolto reciproco, dove l’errore non era vissuto come fallimento ma come opportunità di crescita.
In questo senso, l’incontro ha posto le basi per un percorso di riflessione collettiva, coerente con l’idea di Rogers (1959) di un contesto non giudicante che favorisce l’autenticità.

Il Secondo incontro: lo sviluppo e le fasi della crescita

Il secondo incontro ha approfondito il tema dello sviluppo evolutivo, partendo dalle rappresentazioni che i genitori stessi hanno delle fasi di crescita di un bambino. I conduttori hanno chiesto ai partecipanti di condividere le loro idee e di collocare le diverse tappe dello sviluppo, dalla prima infanzia all’adolescenza, in base alla propria esperienza personale. Attraverso una scheda di riflessione, i genitori sono stati invitati a rispondere a domande che li portavano a confrontarsi con la propria storia di vita: quali fasi ricordano maggiormente, quali emozioni hanno accompagnato quei momenti, come definirebbero il loro percorso di crescita.
Questo lavoro ha avuto diversi effetti:

  • Stimolare la memoria autobiografica: i genitori hanno rivissuto momenti significativi della propria infanzia e adolescenza.
  • Collegare passato e presente: la riflessione ha permesso di comprendere come le esperienze vissute influenzino oggi il modo di essere genitori.
  • Favorire la condivisione intergenerazionale: il confronto tra diverse storie ha evidenziato somiglianze e differenze, creando un senso di appartenenza e di continuità.
 

Il gruppo ha così iniziato a riconoscere che la genitorialità non è solo un compito attuale, ma un processo che si intreccia con la propria biografia. In linea con la prospettiva ecologica di Bronfenbrenner (1979), è emerso come lo sviluppo individuale sia sempre radicato in un contesto di relazioni e significati che si trasmettono nel tempo. 

Il terzo incontro: il tema del “capriccio”

Il 12 febbraio 2025 si è svolto il terzo incontro del modulo, incentrato sul tema del “capriccio”. Come riportano i professionisti: “Il tema del giorno, scelto sulla base dei suggerimenti e delle richieste raccolte negli incontri precedenti, è il ‘capriccio’. Gli psicologi, la Dott.ssa Acampora e il Dott. Pone, dopo una breve descrizione del fenomeno in oggetto, hanno proposto ai genitori presenti tre esempi di ‘capricci’ su cui discutere e riflettere insieme alla luce del modello di analisi funzionale del comportamento.”
L’approccio seguito fa riferimento alla teoria comportamentale di Skinner (1953), secondo la quale ogni comportamento — anche quello infantile — può essere compreso osservando le sue funzioni e le conseguenze che lo mantengono. Nel gruppo, il concetto di “capriccio” è stato ridefinito non come un difetto da correggere, ma come un messaggio relazionale da decodificare. Attraverso il confronto, i genitori hanno appreso che comprendere le cause dei comportamenti dei figli può ridurre la reattività emotiva e favorire risposte più efficaci. Dopo una fase iniziale di esitazione — “In un primo momento, i genitori sono sembrati un po’ frenati (…).
Man mano, essendo stimolati e messi a proprio agio dai conduttori, hanno poi cominciato ad aprirsi” — il gruppo ha trovato un ritmo più fluido, confermando quanto Rogers (1959) osserva: in un clima empatico e non giudicante, la persona è più incline all’autenticità e all’esplorazione di sé.

Il quarto incontro: emozioni e relazione genitore-figlio

Il 26 marzo 2025 si è tenuto il quarto incontro del modulo, segnando una fase di continuità e approfondimento rispetto ai precedenti temi. Dopo una pausa dovuta a difficoltà logistiche, i conduttori hanno riprogrammato gli incontri in accordo con la scuola. La Preside aveva infatti segnalato che alcune partecipanti “non si sono sentite a loro agio a raccontare cose di sé”, sottolineando la delicatezza dei processi di fiducia e appartenenza nel gruppo.
In questa fase, il gruppo ha esplorato il tema delle emozioni, collegandolo ai comportamenti dei figli e alle modalità con cui i genitori vivono e comunicano i propri stati emotivi. “Le emozioni sono sempre autentiche e accettabili — ha ricordato la Dott.ssa Acampora — ma possiamo imparare a gestirne le espressioni per insegnare ai nostri figli a fare lo stesso.”
Questo approccio si avvicina alla prospettiva dell’intelligenza emotiva di Goleman (1995), che evidenzia come la consapevolezza e la regolazione delle emozioni siano competenze fondamentali per le relazioni sane.
Parallelamente, i riferimenti alla teoria dell’attaccamento di Bowlby (1988) emergono implicitamente: la disponibilità emotiva del genitore funge da “base sicura” per il bambino, favorendone la fiducia e l’autonomia.

Riflessioni conclusive

L’esperienza dei gruppi di sostegno alla genitorialità del Progetto Divergente mostra come, anche in contesti socialmente complessi, sia possibile costruire spazi di crescita condivisa, in cui la relazione tra operatori e famiglie diventa il veicolo principale del cambiamento. Come ricorda Bronfenbrenner (1979), ogni intervento efficace deve considerare la complessità dei contesti in cui le persone vivono e interagiscono; e come aggiunge Bandura (1977), l’apprendimento è un processo sociale continuo, che trova nei gruppi di sostegno un terreno fertile per la trasformazione. Questi incontri, dunque, non solo rafforzano le competenze genitoriali, ma alimentano un senso di appartenenza comunitaria.

Bibliografia

  • Bandura, A. (1977). Social Learning Theory. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.
  • Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. New York: Basic Books.
  • Bronfenbrenner, U. (1979). The Ecology of Human Development: Experiments by Nature and Design. Cambridge, MA: Harvard University Press.
  • Cigoli, V., & Scabini, E. (2006). Famiglia e genitorialità: intrecci psicologici e sociali. Bologna: Il Mulino.
  • Goleman, D. (1995). Emotional Intelligence. New York: Bantam Books.
  • Rogers, C. (1959). A theory of therapy, personality and interpersonal relationships as developed in the client-centered framework. In S. Koch (Ed.), Psychology: A study of a science (Vol. 3). New York: McGraw-Hill.
  • Skinner, B. F. (1953). Science and Human Behavior. New York: Macmillan.
  • Acampora, M., & Pone, L. (2025). Resoconti degli incontri del modulo “Sostegno alla genitorialità”, Progetto Divergente. Napoli.

Gruppi di sostegno alla genitorialità nei quartieri popolari di Napoli: il caso del Progetto Divergente

Negli ultimi anni, i quartieri popolari di Napoli sono stati al centro di numerosi interventi di tipo psicosociale e comunitario, volti a promuovere benessere, coesione e sviluppo di competenze relazionali. In questo contesto, il Progetto Divergente, attivo nel 2025, ha previsto un modulo di incontri di gruppo dedicati al sostegno della genitorialità, condotti da psicologi esperti con l’obiettivo di fornire ai genitori strumenti di riflessione, confronto e crescita personale. Come sottolinea Bronfenbrenner (1979), lo sviluppo dell’individuo è sempre inserito in un contesto ecologico composto da sistemi interconnessi — famiglia, scuola, comunità — che si influenzano reciprocamente. L’intervento di gruppo nei contesti popolari, pertanto, non agisce solo sul singolo genitore, ma sulla rete di relazioni di cui egli fa parte. Inoltre, secondo Cigoli e Scabini (2006), la famiglia rappresenta il primo laboratorio sociale, nel quale i genitori costruiscono e trasmettono significati, valori ed emozioni che influenzano profondamente la crescita dei figli.

Negli ultimi anni, i quartieri popolari di Napoli sono stati al centro di numerosi interventi di tipo psicosociale e comunitario, volti a promuovere benessere, coesione e sviluppo di competenze relazionali. In questo contesto, il Progetto Divergente, attivo nel 2025, ha previsto un modulo di incontri di gruppo dedicati al sostegno della genitorialità, condotti da psicologi esperti con l’obiettivo di fornire ai genitori strumenti di riflessione, confronto e
crescita personale. Come sottolinea Bronfenbrenner (1979), lo sviluppo dell’individuo è sempre inserito in un contesto ecologico composto da sistemi interconnessi — famiglia, scuola, comunità — che si influenzano reciprocamente. L’intervento di gruppo nei contesti popolari, pertanto, non agisce solo sul singolo genitore, ma sulla rete di relazioni di cui egli fa parte. Inoltre, secondo Cigoli e Scabini (2006), la famiglia rappresenta il primo laboratorio sociale, nel quale i genitori costruiscono e trasmettono significati, valori ed emozioni che influenzano profondamente la crescita dei figli.

Il Progetto Divergente e la genitorialità nei contesti comunitari

Il Progetto Divergente si inserisce in una più ampia rete di interventi sociali sviluppati nei quartieri popolari di Napoli, contesti caratterizzati da vulnerabilità economiche e sociali, ma anche da una forte ricchezza relazionale. Gli incontri di gruppo dedicati al sostegno della genitorialità sono stati pensati come spazi di confronto orizzontale, dove le esperienze quotidiane potessero diventare materia viva di riflessione condivisa. Gli psicologi conduttori, Dott.ssa Acampora e Dott. Pone, hanno operato secondo un modello ispirato alla psicologia comunitaria e alla teoria dell’apprendimento sociale di Bandura (1977). Quest’ultimo sottolinea che “l’apprendimento avviene attraverso l’osservazione e l’imitazione dei comportamenti degli altri, in un processo di modellamento reciproco”. Il gruppo, in questa prospettiva, diventa un contesto di apprendimento vicario, dove ciascun genitore può riconoscersi nelle esperienze altrui. Come afferma Rogers (1959), la crescita personale e relazionale si sviluppa solo in un clima di accettazione positiva incondizionata, empatia e congruenza, condizioni che gli psicologi del progetto hanno attentamente promosso.

Il primo incontro: lo sviluppo e le fasi della crescita

Il primo incontro ha rappresentato un momento di avvio e di costruzione del clima di fiducia nel gruppo. I conduttori hanno introdotto il tema della genitorialità nelle sue difficoltà moderne, sottolineando come i cambiamenti sociali e culturali abbiano reso più complesso il ruolo dei genitori. Per stimolare la riflessione, è stato proposto lo “Strength and Difficulties Questionnaire” (SDQ), uno strumento utile a raccogliere percezioni e osservazioni dei genitori rispetto ai comportamenti dei figli. Successivamente, i partecipanti hanno lavorato su una scheda narrativa che li invitava a raccontare episodi concreti di vita familiare, distinguendo tra situazioni in cui la gestione della difficoltà aveva avuto esito positivo e altre in cui, invece, le cose non avevano funzionato. Questo esercizio ha permesso di:
  • Favorire l’autoconsapevolezza: i genitori hanno potuto riconoscere le proprie risorse e i propri limiti.
  • Valorizzare le esperienze quotidiane: anche piccoli episodi sono diventati occasione di apprendimento condiviso.
  • Aprire al confronto: il racconto personale ha stimolato la discussione, mostrando come le difficoltà siano comuni e come le strategie possano essere diversificate.
Il clima del gruppo, inizialmente caratterizzato da una certa cautela, si è progressivamente trasformato in uno spazio di ascolto reciproco, dove l’errore non era vissuto come fallimento ma come opportunità di crescita. In questo senso, l’incontro ha posto le basi per un percorso di riflessione collettiva, coerente con l’idea di Rogers (1959) di un contesto non giudicante che favorisce l’autenticità.

Il Secondo incontro: lo sviluppo e le fasi della crescita

Il secondo incontro ha approfondito il tema dello sviluppo evolutivo, partendo dalle rappresentazioni che i genitori stessi hanno delle fasi di crescita di un bambino. I conduttori hanno chiesto ai partecipanti di condividere le loro idee e di collocare le diverse tappe dello sviluppo, dalla prima infanzia all’adolescenza, in base alla propria esperienza personale. Attraverso una scheda di riflessione, i genitori sono stati invitati a rispondere a domande che li portavano a confrontarsi con la propria storia di vita: quali fasi ricordano maggiormente, quali emozioni hanno accompagnato quei momenti, come definirebbero il loro percorso di crescita.
Questo lavoro ha avuto diversi effetti:

  • Stimolare la memoria autobiografica: i genitori hanno rivissuto momenti significativi della propria infanzia
    e adolescenza.
  • Collegare passato e presente: la riflessione ha permesso di comprendere come le esperienze vissute influenzino oggi il modo di essere genitori.
  • Favorire la condivisione intergenerazionale: il confronto tra diverse storie ha evidenziato somiglianze e differenze, creando un senso di appartenenza e di continuità.
 


Il gruppo ha così iniziato a riconoscere che la genitorialità non è solo un compito attuale, ma un processo che si intreccia con la propria biografia. In linea con la prospettiva ecologica di Bronfenbrenner (1979), è emerso come lo sviluppo individuale sia sempre radicato in un contesto di relazioni e significati che si trasmettono nel tempo.

Il terzo incontro: il tema del “capriccio”

Il 12 febbraio 2025 si è svolto il terzo incontro del modulo, incentrato sul tema del “capriccio”. Come riportano i professionisti: “Il tema del giorno, scelto sulla base dei suggerimenti e delle richieste raccolte negli incontri precedenti, è il ‘capriccio’. Gli psicologi, la Dott.ssa Acampora e il Dott. Pone, dopo una breve descrizione del fenomeno in oggetto, hanno proposto ai genitori presenti tre esempi di ‘capricci’ su cui discutere e riflettere insieme alla luce del modello di analisi funzionale del comportamento.” L’approccio seguito fa riferimento alla teoria comportamentale di Skinner (1953), secondo la quale ogni comportamento — anche quello infantile — può essere compreso osservando le sue funzioni e le conseguenze che lo mantengono. Nel gruppo, il concetto di “capriccio” è stato ridefinito non come un difetto da correggere, ma come un messaggio relazionale da decodificare. Attraverso il confronto, i genitori hanno appreso che comprendere le cause dei comportamenti dei figli può ridurre la reattività emotiva e favorire risposte più efficaci. Dopo una fase iniziale di esitazione — “In un primo momento, i genitori sono sembrati un po’ frenati (…). Man mano, essendo stimolati e messi a proprio agio dai conduttori, hanno poi cominciato ad aprirsi” — il gruppo ha trovato un ritmo più fluido, confermando quanto Rogers (1959) osserva: in un clima empatico e non giudicante, la persona è più incline all’autenticità e all’esplorazione di sé.

Il quarto incontro: emozioni e relazione genitore-figlio

Il 26 marzo 2025 si è tenuto il quarto incontro del modulo, segnando una fase di continuità e approfondimento rispetto ai precedenti temi. Dopo una pausa dovuta a difficoltà logistiche, i conduttori hanno riprogrammato gli incontri in accordo con la scuola. La Preside aveva infatti segnalato che alcune partecipanti “non si sono sentite a loro agio a raccontare cose di sé”, sottolineando la delicatezza dei processi di fiducia e appartenenza nel gruppo. In questa fase, il gruppo ha esplorato il tema delle emozioni, collegandolo ai comportamenti dei figli e alle modalità con cui i genitori vivono e comunicano i propri stati emotivi. “Le emozioni sono sempre autentiche e accettabili — ha ricordato la Dott.ssa Acampora — ma possiamo imparare a gestirne le espressioni per insegnare ai nostri figli a fare lo stesso.” Questo approccio si avvicina alla prospettiva dell’intelligenza emotiva di Goleman (1995), che evidenzia come la consapevolezza e la regolazione delle emozioni siano competenze fondamentali per le relazioni sane. Parallelamente, i riferimenti alla teoria dell’attaccamento di Bowlby (1988) emergono implicitamente: la disponibilità emotiva del genitore funge da “base sicura” per il bambino, favorendone la fiducia e l’autonomia.

Riflessioni conclusive

L’esperienza dei gruppi di sostegno alla genitorialità del Progetto Divergente mostra come, anche in contesti socialmente complessi, sia possibile costruire spazi di crescita condivisa, in cui la relazione tra operatori e famiglie diventa il veicolo principale del cambiamento. Come ricorda Bronfenbrenner (1979), ogni intervento efficace deve considerare la complessità dei contesti in cui le persone vivono e interagiscono; e come aggiunge Bandura (1977), l’apprendimento è un processo sociale continuo, che trova nei gruppi di sostegno un terreno fertile per la trasformazione. Questi incontri, dunque, non solo rafforzano le competenze genitoriali, ma alimentano un senso di appartenenza comunitaria.

Bibliografia

  • Bandura, A. (1977). Social Learning Theory. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.
  • Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. New York: Basic Books.
  • Bronfenbrenner, U. (1979). The Ecology of Human Development: Experiments by Nature and Design.
    Cambridge, MA: Harvard University Press.
  • Cigoli, V., & Scabini, E. (2006). Famiglia e genitorialità: intrecci psicologici e sociali. Bologna: Il Mulino.
  • Goleman, D. (1995). Emotional Intelligence. New York: Bantam Books.
  • Rogers, C. (1959). A theory of therapy, personality and interpersonal relationships as developed in the client-centered framework. In S. Koch (Ed.), Psychology: A study of a science (Vol. 3). New York: McGraw-Hill.
  • Skinner, B. F. (1953). Science and Human Behavior. New York: Macmillan.
  • Acampora, M., & Pone, L. (2025). Resoconti degli incontri del modulo “Sostegno alla genitorialità”, Progetto Divergente. Napoli.
 
 

ME.TI. © 2025
tutti i diritti sono riservati

ME.TI. © 2025
tutti i diritti sono riservati
ME.TI. © 2025
tutti i diritti sono riservati